Come finisce una democrazia

RECENSIONE
PAOLO BECCHI
GIUSEPPE PALMA
COME FINISCE UNA DEMOCRAZIA
PAGG 72
2017 ARIANNA EDITRICE
COSTO 3,99 EURO

I sistemi elettorali dal dopoguerra ad oggi in un ebook di Paolo Becchi e Giuseppe Palma

L’Ebook di Paolo Becchi e Giuseppe Palma “Come finisce una democrazia – I sistemi elettorali dal dopoguerra ad oggi, di 72 pagine, edito nel 2017 da Arianna editrice ma ancora attuale per quanto viene affermato, ed acquistabile al costo di 3,99 euro, affronta i sistemi elettorali dal dopoguerra ad oggi e la fine della democrazia.
A parte gli aspetti tecnici relativi all’incostituzionalità delle leggi elettorali degli ultimi decenni, l’esigenza di occuparsi di questo tema, risponde al problema inerente il superamento della sovranità insita nei principi fondamentali della Costituzione.
Se da un lato il sistema elettorale vigente nel nostro paese dal 1946 al 1993 rispettava il dettato costituzionale, quelli che sono stati adottati dopo, hanno cercato chi più chi meno di influenzare la volontà popolare.
Per esempio nel caso del Mattarellum, la democrazia rappresentativa pluralista, lasciava il posto ad un sistema maggioritario, che pur non essendo mai finito dinanzi al giudizio della Consulta, vanificava almeno in parte i risultati elettorali ottenuti dai partiti minori i quali con il sistema maggioritario secco dovevano sperare nell’attribuzione dei seggi grazie alla residua quota proporzionale prevista (previo supplemento della soglia di sbarramento del 4%).
Le cose non sono andate meglio in seguito con l’adozione degli altri sistemi elettorali come il Porcellum ecc….
L’Ebook si conclude con un’appendice sugli articoli della Costituzione che si riferiscono al voto ed al suo collegamento con la sovranità popolare.
Biagio Gugliotta

CULTURA, ARTE E SCIETA’ AL TEMPO DI JUVARRA

RECENSINE
F0NDAZIONE 1563
CULTURA, ARTE E SCIETA’ AL TEMPO DI JUVARRA
Acura di
Giuseppe Dardanello
PAGG 270
2018 LEO OSCHKI EDITORE
MMXVIIII
COSTO 38 EURO

La cultura l’arte e la società al tempo di juvarra a cura di Giuseppe Dardanello in cui si fondono come si può vedere leggendo il libro le tre discipline sono strettamente correlate.

Nel libro “Cultura, arte e società al tempo di juvarra” a cura di Giuseppe Dardanello di 270 pagine, edito da Leo Olschki editore, di 270 pagine, ed acquistabile al prezzo di 38 euro, vengono raccolti gli esiti più maturi del percorso compiuto dai cinque borsisti che si sono confrontati co l’impegnativo compito di messa fondo delle ragioni che hanno innescato il cambiamento.
In virtù delle prospettive disciplinari seguite da ciascun autore, emerge vistosamente la complementarietà dei diversi ambiti chiamati a confrontarsi in quella ambiziosa partita corale di cambiamento.
Il libro riporta anche le reazioni alle interazioni di riforma del sistema degli Istituti di carità, avviata da Vittorio Amedeo II nel 1716 sono l’oggetto dell’indagine di Elisabetta Lungo.
Nei capitoli cui si suddivide il libro, vengono riportati concetti di carattere culturale e si avvale delle dotte relazioni di vari studiosi.
Per esempio nel saggio di Nicola Badolato viene cercato di scandagliare in profondità le dinamiche della produzione e della fruizione spettacolare in cui Javarra si trovò ad operare alla Corte del Cardinale Pietro Ottoboni in un’esperienza che comporta il concorso diretto di tutte le sue componenti, senza musica, teatro ecc.
In uno dei vari capitoli del libro viene messo in rilievo che il disegno è stato l’agente ed il veicolo principale dell’operazione di travaso culturale di Roma – Torino con cui Juvarra trasformò la Capitale sabauda nel cantiere – progetto della città moderna.
Il libro scritto con un linguaggio prettamente accademico che si presta ad un’attenta lettura per essere metabolizzato, è arricchito da una serie di immagini.

Biagio Gugliotta

JOSEPH RATZINGER
Con un inedito del Papa emerito
LIBERARE LA LIBERTA’
Fede e politica nel terzo millennnio
Prefazione di Sua Santità
PAPA FRANCESCO
Testi scelti Volume due
Fede e politica
PAGG. 208

Nel libro di Joseph Ratzinger Benedetto vengono affrontatati vari temi tra cui la VI Redenzione che è una parola centrale della fede cristiana; è anche una delle sue parole più svuotate: agli stessi credenti riesce difficile scorgervi dietro ancora una realtà. Se comparano con l’annuncio cristiano la fatica della loro vita quotidiana con le sue lotte, paure e incertezze, spesso sembra loro quasi impossibile riconoscere la redenzione come qualcosa di reale. Inoltre sono diventate oscure le parole con le quali si esprime al riguardo la tradizione della fede: espiazione, rappresentanza vicaria, sacrificio; sembra che tutto questo non abbia più alcun vero rapporto con le esperienze e le prospettive della vita di oggi. Sono trascorsi ormai più di cinquant’anni da quando il teologo cattolico di Breslau, Josef Wittig, formulò questa sensazione in un modo che, per la sua naturalezza e franchezza, da molti fu percepito come una vera liberazione. Raccontava allora come da fanciullo, dopo che a lui e agli altri scolari era stata spiegata la dottrina della redenzione, veniva insegnato questo canto: “Consòlati, consòlati, siamo redenti”. Un giorno, però, in quel devoto idillio che in realtà non diceva nulla a nessuno, irruppe d’improvviso la domanda impudente di un piccolo scolaro saccente: “Ma da cosa siamo redenti?”. Dal peccato, gli venne risposto. Ma quel piccolo monello non era soddisfatto, visto che del peccato aveva trattato l’intero corso di religione, al termine del quale, racconta Wittig, dal peccato lui e gli altri non erano stati redenti per niente. La successiva risposta mise definitivamente sottosopra l’intero sistema. Gli si disse: “Possiamo confessare i peccati, ora, e ottenerne la remissione”. L’ultima contro-domanda del ragazzo rimase senza risposta. Ribatté: “Cristo non avrebbe fatto meglio a redimerci dalla Confessione piuttosto che dal peccato?”. In fondo, battute come questa sono ancora innocue: in primo luogo Wittig mirava solo a un cristianesimo vissuto in modo più disteso, con più fiducia e apertura. Ma senza dubbio dietro di esse si prean- ∗ Affiorava il sentimento che in verità il cristianesimo ci toglie la libertà e che la terra della libertà potrà profilarsi solo quando saranno definitivamente spazzati via i condizionamenti dovuti al cristianesimo. Nelle speranze che germogliarono nel e intorno al Concilio Vaticano II agì una mescolanza di motivi molto simile. Anche qui, in un primo momento, l’attesa di un cristianesimo più semplice, più aperto e meno regolamentato mise le ali alla speranza di poter così riscoprire di nuovo la gioia sepolta del vangelo. E tuttavia, ben presto si vide che dietro a un allentamento del dogma e dietro all’abbandono della confessione non c’era la terra promessa della gioiosa libertà dei redenti, ma un deserto arido, che diviene tanto più spettrale quanto più in esso si avanza. Jean-Paul Sartre ha descritto il paesaggio che ora si vede con la logica cristallina che è propria dello spirito francese. Nel cammino che conduce fuori dall’ambito della tradizione cristiana, Sartre ha già compiuto l’ultimo passo: per lui è chiaro che, per l’uomo, la vera e propria costrizione delle costrizioni è Dio; nel processo di rigetto dei vincoli inibitori, il passo decisivo, secondo lui, non è compiuto sin tanto che l’uomo non si è liberato da quel laccio. La non-esistenza di Dio, dice Sartre, è la condizione per la libertà umana; perché se Dio ci fosse, allora lo spazio dell’esistenza umana sarebbe già tracciato da lui, e l’obbedienza costituirebbe l’ineludibile statuto fondamentale della nostra vita. Solo se Dio non c’è, non è prestabilito alcunché; in questo caso non esiste nessuna idea di creazione dell’uomo, nessuna natura dell’uomo che tracci per lui chi o cosa egli sia e debba essere. Solo così egli è totalmente libero. Cosa si debba intendere con la parola uomo, ciascuno dovrà inventarlo da sé, senza che, nel farlo, lo limiti alcun criterio di giudizio: «L’uomo non è altro che ciò che si fa», così il pensatore francese formula la quintessenza della sua filosofia della libertà. E tuttavia questa completa libertà è il contrario della redenzione: l’uomo è l’essere maledetto che non sa cosa sia, perché egli sia, e cosa debba fare di se stesso. Nell’oceano del nulla, egli deve solo progettare cosa vuol essere, perché il fatto che non vi sia alcuna idea di lui significa naturalmente anche che non c’è alcun senso. Que- 71 sta libertà da Dio è logicamente anche libertà dal senso, mancanza di senso. La libertà che scopre Sartre è in realtà la dannazione dell’uomo: gli animali, che semplicemente sono quel che sono, loro sono felici; l’uomo, che deve creare se stesso, proprio per questo è all’inferno, è l’inferno per se stesso e per gli altri. Dopo il crollo dei sistemi totalitari, che hanno segnato in così vaste proporzioni il profilo complessivo del nostro secolo, è venuta oggi via via affermandosi in gran parte del globo la convinzione secondo cui la democrazia certo non genererà la società ideale, ma purtuttavia rappresenta nella pratica l’unico sistema di governo adeguato ai nostri tempi. Essa attua la suddivisione e il controllo dei poteri, ed offre così la garanzia più ampia possibile contro arbitrio e sopraffazione, favorendo la libertà di ogni singolo individuo e la tutela dei diritti umani. Quando oggi si parla di democrazia, si pensa soprattutto a questo aspetto positivo: alla partecipazione di tutti al potere, la quale è espressione di libertà. Nessuno dev’essere semplicemente oggetto di dominio, e perciò “suddito”; ciascuno deve poter inscrivere il contributo del proprio impegno e della propria volontà nel tutto dell’azione politica. Soltanto come “parte attiva” i cittadini possono essere davvero tutti liberi. Il peculiare bene che viene perseguito mediante la partecipazione democratica al potere è dunque la libertà e l’uguaglianza di tutti. Poiché tuttavia il potere non può essere continuamente esercitato da tutti in forma diretta, esso deve temporaneamente essere delegato. Anche se tale delega è solo limitata nel tempo, dura cioè fino alle successive elezioni, richiede però dei controlli, affinché la volontà generale di coloro che hanno delegato il loro potere permanga come istanza determinante, e affinché la volontà di coloro che lo esercitano non tenda a concepirsi e a condursi come “autoreferente”. A questo punto molti si fermano e dicono: il fine dello Stato è raggiunto quando è assicurata la libertà di tutti. In questa maniera si evidenzia il fatto che secondo tale modo di pensare il fine precipuo ∗ La libertà ha dunque bisogno di contenuto. Lo possiamo definire come la salvaguardia dei diritti umani. Possiamo però anche descriverlo più dettagliatamente come garanzia del progresso della società tutta e del bene dei singoli individui: il «suddito», cioè colui che ha delegato ad altri il proprio potere, «può essere libero se riconosce se stesso – cioè il suo proprio bene – nel bene comune perseguito davOgni anno nuovo porta con sé l’attesa di un mondo migliore. In tale prospettiva, prego Dio, Padre dell’umanità, di concederci la concordia e la pace, perché possano compiersi per tutti le aspirazioni di una vita felice e prospera. A 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II, che ha consentito di rafforzare la missione della Chiesa nel mondo, rincuora constatare che i cristiani, quale Joseph Ratzinger/Benedetto XVI LIBERARE LA LIBERTÀ FEDE E POLITICA NEL TERZO MILLLENNIO
Con un Titolo ineditoi
LIBERARE LA LIBERTA’
Nel libro si parla anche popolo di Dio in comunione con Lui e in cammino tra gli uomini, si impegnano nella storia condividendo gioie e speranze, tristezze ed angosce , annunciando la salvezza di Cristo e promuovendo la pace per tutti. In effetti, i nostri tempi, contrassegnati dalla globalizzazione, con i suoi aspetti positivi e negativi, nonché da sanguinosi conflitti ancora in atto e da minacce di guerra, reclamano un rinnovato e corale impegno nella ricerca del bene comune, dello sviluppo di tutti gli uomini e di tutto l’uomo. Allarmano i focolai di tensione e di contrapposizione causati da crescenti diseguaglianze fra ricchi e poveri, dal prevalere di una mentalità egoistica e individualista espressa anche da un capitalismo finanziario sregolato. Oltre a svariate forme di terrorismo e di criminalità internazionale, sono pericolosi per la pace quei fondamentalismi e quei fanatismi che stravolgono la vera natura della religione, chiamata a favorire la comunione e la riconciliazione tra gli uomini. E tuttavia, le molteplici opere di pace, di cui è ricco il mondo, testimoniano l’innata vocazione dell’umanità alla pace. In ogni persona il desiderio di pace è aspirazione essenziale e coincide, in certa maniera, con il desiderio di una vita umana piena, felice e ben realizzata. In altri termini, il desiderio di pace corrisponde ad un principio morale ∗ Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la XLVI Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2013. 1 Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, n. 1. 146 fondamentale, ossia, al dovere-diritto di uno sviluppo integrale, sociale, comunitario, e ciò fa parte del disegno di Dio sull’uomo. L’uomo è fatto per la pace che è dono di Dio. Tutto ciò mi ha suggerito di ispirarmi per questo Messaggio alle parole di Gesù Cristo: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9)a coloro che esercitano il potere»
un Concilio, come messaggio, come azione, diciamo pure come intervento profondo della vita delle Chiese, è necessario, ma nello stesso tempo provoca anche nuove complicazioni; e siamo in una fase nella quale dobbiamo far fronte a queste complicazioni